Appartengo a una generazione che ha vissuto incredibili cambiamenti.

I passaggi da sistemi antichi a quelli ultramoderni hanno influito sullo stile della vita facendo passi giganteschi.

Uno dei dispositivi all’avanguardia quando ero ragazzino, era il televisore a valvole in bianco e nero con solo due canali attivi.

Formato da un ingombrante scatola con uno schermo che sembrava un enorme lampadina quadrata.

All’accensione bisognava attendere il riscaldamento delle valvole prima di poter vedere un segnale.

E se improvvisamente dallo schermo sparivano le immagini, era necessario colpirlo per risvegliare la valvola che si era assopita.

Penso spesso al cambiamento delle cose, perché crea in me una sensazione di disequilibrio che mi impegno costantemente a bilanciare.

Sono attratto e affascinato dalle mete raggiunte dal progresso, ma al tempo stesso questa corsa al tempo mi dà molto da pensare.

Il progresso si è integrato nella nostra quotidianità,  inconsapevolmente lo stiamo fondendo al nostro essere che si adegua sempre più al percorso obbligato dall’informatizzazione.

La gravità sta nel fatto che giustifichiamo la nostra automazione, “perché i tempi cambiano“, affievolendo sempre più la nostra umanità.

La percentuale dell’utilizzo di dispositivi informatici è ormai nettamente superiore alle qualità che ogni essere umano dovrebbe avere.

Non li abbiamo trapiantati in noi, ma ci avviciniamo più all’essere androidi che umani.

Vediamo come le nostre abitudini sono modificate.

I rapporti sociali

Da quando le piattaforme di messaggistica sono subentrate nella nostra esistenza i rapporti interpersonali sono cambiati, anzi stanno scomparendo.

Non perché non si dialoga più di persona, quella è una causa apparente, i rapporti si dissolvono perché forti della “schermatura” da monitor, assumiamo comportamenti che non avremmo mai preso in carico in una corrispondenza.

Quasi come avere la doppia personalità reale e virtuale, ma questo lo riterrei già più bilanciato rispetto alla metamorfosi della computerizzazione dell’essere.

La memoria

Ricordate quando non esistevano gli smartphone o dispositivi simili?

Si viaggiava liberi, con una macchina fotografica che ci consentiva di scattare un numero limitato di foto perché svilupparle aveva un costo.

La spontaneità del viaggio non era interrotta da messaggi o telefonate.

Neanche dal continuo soffermarsi per fare foto a rischio banalità.

Scrutavamo ciò che non apparteneva alla nostra routine, soffermandoci a coglierne l’essenza, creando in noi “il ricordo”.

Oggi la nostra vita scorre nei selfie e nei reels, fredde creazioni che con il tempo svaniranno.

Il nostro ricordo vivrà in quel dispositivo, ma ce ne ricorderemo solo riguardandolo.

Però, sarà sempre come averlo visto da dietro uno schermo.

Perché la verità è che in quel momento non abbiamo creato un ricordo, ma abbiamo perso il piacere di vivere quell’attimo di vita.

La memoria non è ciò che resta all’interno di un hard disk, ma l’indelebile pensiero nella nostra mente, nel nostro cuore, l’emozione nel nostro essere.

Peccato spegnerla con l’utilizzo dei dispositivi informatici.

Tutto dipende dal peso che diamo al vivere le nostre emozioni, piuttosto che preoccuparci di creare un falso ricordo emozionale.

Il battito e il codice: la scelta tra essere vivi o algoritmi perfetti.

Siamo attenti all’alimentazione perché amiamo il nostro corpo e per la longevità.

Ci nutriamo in modo sano solo per rispetto della nostra persona.

Alla stessa maniera dovremmo prendere l’informatizzazione come una alimentazione equilibrata.

Perché quando la nostra memoria non funziona e non abbiamo la capacità di rispettare i rapporti umani, quando non abbiamo amore per le cose, per gli altri o per noi stessi, vuol dire che il genere umano sta alterando la propria natura adeguandosi alla freddezza dell’automazione.

Stiamo sbagliando alimentazione.

L’Amore

La nostra preoccupazione si riversa ormai più sulla buona riuscita di una foto o di un video piuttosto che sull’interiorizzare quel meraviglioso attimo di vita.

Potremmo abbracciare visivamente un monumento o un panorama in ogni dettaglio, sentire il rumore del mare, il tepore del sole, l’odore dei fiori,  cogliere ogni minuzia dello splendore che abbiamo davanti.

E invece lo guardiamo da uno schermo, abbandonando così quell’ineguagliabile incanto che avrebbe valorizzato permanentemente nostra funzione mnemonica.

Il fanatismo dell’esibizione prevale su di noi, lo scatto non è più per il nostro ricordo, ma per mostrarci antagonisticamente sul social.

Questa infatuazione trascina via come i pesci nella rete, strano che  parlando del web si utilizzi lo stesso termine: “la rete”.

Ci si ritrova all’interno incoscientemente e per uscirne bisogna imparare a proporzionare reale e virtuale.

Ho vissuto anch’io l’esperienza di quella rete e oggi mi ritengo equilibratamente ristabilito.

Magari “guarito” è il termine corretto, perché l’informatizzazione dell’essere a mio parere è una malattia forse non ancora riconosciuta.

Come una leggera influenza che in maniera graduale si trasforma in polmonite.

Impariamo a proteggerci.

Solo un sano equilibrio può salvarci dal disamore per la vita.

L’equilibrio

Negli ultimi anni ho sperimentato la distanza tra me e i sistemi tecnologici.

Mettendo da parte a intervalli qualsiasi mezzo informatico che potesse distogliermi dal naturale percorso che avrei fatto senza di esso.

Penserete allora che io abbia fatto un passo indietro nel tempo.

No, perché la vita è ora come allora. Solo che abbiamo aggiunto nuovi mezzi di comunicazione e di elaborazione

Mezzi, sono mezzi e vanno usati come tali.

La nostra memoria, quella emozionale, è insostituibile.

Un giorno si spegnerà con noi, e un selfie in mezzo ad altre migliaia di selfie sarà solo una foto come un’altra.

Ma una foto, solo una, scattata nel ricordo di un momento, forse potrebbe risvegliare la nostra memoria,

Perché quella, l’avremo  vissuta attraverso i nostri ricordi e le nostre emozioni.

La memoria di un momento vissuto potenzia l’essere, il ricordo genera riflessioni mantenendo attivo il cervello, che al contrario si atrofizza quando lo sostituiamo con un dispositivo che lavora per lui.

Il punto di equilibrio sta esattamente tra il “sostituire” e “l’affiancare” l’informatizzazione alla capacità umana.

Le capacità

Spesso utilizziamo i dispositivi in sostituzione delle nostre capacità.

Rischiando così di perdere le nostre abilità.

Riduciamo le competenze, intorpidiamo l’ingegno e l’intelligenza.

La comodità degli elaboratori ci sta annientando.

“Annientando” è il punto di non ritorno.

Anni addietro abbiamo perso o ridotto la capacità di fare calcoli matematici utilizzando le calcolatrici.

Oggi i traduttori reprimono la nostra attitudine per le lingue straniere.

L’intelligenza artificiale alla portata di tutti è utilizzata in svariati settori, ma la cosa grave è che la si utilizzi in sostituzione delle figure professionali.

Avevo già accennato parte delle mie preoccupazioni in questo articolo, dove espongo le difficoltà di identificazione tra creazioni reali e artificiali create dall’AI.

La mia preoccupazione più grande riguarda l’inserimento graduale in sostituzione delle nostre capacità: ci renderà esseri inermi.

Desidero tornare all’inizio di quest’articolo, dove dico che i rapporti sociali stanno scomparendo, e non ce ne rendiamo conto.

È uno degli effetti del cambiamento.

Basta guardare il social in generale, in qualsiasi post i commenti sono in altissima percentuale negativi, aggressivi, offensivi.

Abbiamo perso la capacità di ascoltare, leggere e rispettare l’interlocutore.

La libertà di esprimere il proprio essere è già stata annientata, da noi stessi.

Questo avviene anche sui post carini, delicati, peggio ancora su quelli utili a sensibilizzare la gente.

Mi chiedo dove sia finita la nostra educazione, la sensibilità e la dignità dell’individuo.

L’effetto dell’apertura delle piattaforme social a tutti, avrebbe dovuto servire il sociale, ma ( come anticipato in quest’altro mio articolo) ha dato un risultato asociale.

Sia per il coraggio inconscio che ognuno assume dietro uno schermo, che per la sorta di rapporto comune “da dispositivo a dispositivo” che ormai pervade la società.

La scelta

Per concludere dico quindi: peccato perdersi il sorriso di qualcuno, uno sguardo accattivante, o una semplice stretta di mano.

Peccato distrarsi durante uno spettacolo per archiviarlo in un dispositivo, la sua riproduzione non ci riporterà mai alla realtà trascorsa.

Peccato lasciare che una programmazione informatica prenda il nostro posto, svuotandoci del nostro temperamento, annientando la nostra indole.

Abbiamo ancora una scelta: equilibriamo la nostra vita utilizzando i mezzi per quello che sono, oppure ci lasciamo avviluppare dalle automazioni fino allo stritolamento.

Nonostante ne rimanga intensamente affascinato non mi lascerò mai sopraffare dalla tecnologia, tanto meno da scelte che  accomunano la società e che esulano dallo status umano.

Ho scelto di non smarrire mai l’umano che è in me: è il mio orgoglio.

Inoltre, ritengo che sia l’atteggiamento più autentico nel rispetto della mia esistenza.

Mi piace sempre concludere i miei articoli con un aforisma a tema, quello di oggi è:

Ogni tecnologia ha il potere di ottundere la consapevolezza umana.” (Marshall McLuhan)