“Sono social, nella vita prima del web”

“Sono social, nella vita prima del web”, è il mio “apoftegma” di vita.

Vuole essere un invito a riflettere su quale uso facciamo del social e se siamo consapevoli del livello raggiunto o ci siamo arrivati inconsciamente.

Sono appassionato di informatica e affascinato dagli obiettivi che queste macchine hanno raggiunto ai giorni odierni, ma credo che non abbiamo piena consapevolezza di quanto il progresso informatico e il web abbiano influito sul cambiamento dell’etica sociale.

L’idea di avere tutto sotto controllo è un’idea comune, ma rivolgendomi a boomer e alla generazione X, vorrei ripassare mentalmente il percorso fatto dalla nascita del primo telefono cellulare a oggi.

Inviterei tutti, ripartendo dai tempi del telefono fisso, a riflettere passo dopo passo i livelli conquistati dal progresso, arrivando ai nostri giorni.

Noteremo che gli step superati sono veramente parecchi.

Introduzione

Tralasciando l’invenzione nel 1957, il primo apparecchio in grado di collegarsi alla rete telefonica , era chiamato Radiotelefono LK-1.

Non fu mai commercializzato per i costi proibitivi delle ATR.

Il primo cellulare nasce nel 1973.

Era molto grande e costoso al punto di non poter essere acquistato da tutti.

Successivamente, dopo la nascita del telefono satellitare, il primo cellulare fu ridotto nelle dimensioni e parzialmente nei costi, fino a quando potè essere acquistato dai più benestanti della popolazione.

Erano gli anni ottanta, e ricordo ancora che quando incontravamo qualcuno che avesse il telefono in macchina, lo guardavamo come si guardava un film di 007 quando utilizzava uno dei suoi super accessori in auto.

Il cellulare allora, più o meno grande, permetteva solo di telefonare e mandare sms.

Le emoji non esistevano, le creavamo con i caratteri della tastiera :)

In tempi successivi, numerosi altri livelli raggiunti.

Il cellulare diventa palmare.

E ancora dopo smartphone.

Vengono introdotte le immagini.

A seguire, i video, internet.

Nascono le applicazioni, il social, e pian piano un concentrato di azioni, applicazioni, comunicazioni si trova su un unico dispositivo di cui ormai facciamo uso quotidiano.

Il percorso è stato molto lungo, oggi utilizziamo questi mezzi come se fossero appartenuti sempre alla nostra vita.

Perché il passaggio è stato talmente graduale che non riusciamo a renderci conto di quanto essi abbiano influito, tanto sull’etica sociale quanto nella nostra vita personale.

Ecco la “sostanza” di questo mio post: “mezzi” e “appartenuti sempre alla nostra vita”.

Parto dal secondo punto.

Qualcosa che ci sembra appartenere da sempre alla nostra vita, ci induce a farne un utilizzo frequente, quotidiano, e probabilmente anche irriflessivo.

Il primo punto invece è proprio quello sul quale va a cadere il nostro utilizzo inconsciamente avventato:

“Non consideriamo più i canali web o il social come mezzo di comunicazione, ma come parte integrante di noi stessi e quasi come “vita parallela”, diversa da quella della nostra quotidianità”.

È giusto considerare un parallelismo tra “virtuale” e “reale”, l’importante è che non si contrappongano ma che siano complementari.

Dietro un display, assumere un atteggiamento diverso da quello diretto come se nessuno leggesse quello che pubblichiamo, è semplice ma è sbagliato.

Pensiamo di essere soli e ci lasciamo andare, quando invece è l’esatto contrario.

Sul web abbiamo una visibilità maggiore rispetto a quella della vita reale.

Dovremmo prestare più attenzione alla coesione tra il virtuale e il reale.

Ecco perché “Sono social nella vita, prima del web”.

La vita sociale nella realtà, il contatto con le persone, il calore umano viene prima di utilizzare il web come mezzo di comunicazione, di diffusione.

In diverse occasioni ho scritto del social, potete leggere qualcosa dai link a seguire: “Armature metalliche con cuori diversi”  e “Come funamboli sul filo del progresso”.

Educazione all’utilizzo

Avrei ritenuto opportuno che tutti facessimo un corso sull’utilizzo del social network.

Anzi meglio ancora, un primo corso sulla “Netiquette“, e successivamente sull’utilizzo del social, così come a scuola si studia “l’educazione civica“.

“Amici” sul social network, trovo che sia una definizione utilizzata in maniera superficiale.

Non che voglia sminuire la socializzazione virtuale, anzi al contrario, vorrei dare il giusto valore all’amicizia.

Avrei trovato più adatta una definizione come: “gruppo sociale” piuttosto che “amici”.

Con la possibilità di suddivisione in categorie di sotto gruppi.

Soprattutto perché ancora oggi, non vi è certezza che ne facciamo un utilizzo davvero “social”.

Trovate un breve approfondimento in risposta alla mia domanda, in questo link: “A come arte  o come asocial”.

Siamo “amici” sul web, interagiamo virtualmente l’uno con l’altro, ma poi ci incontriamo per strada e non ci riconosciamo!

Amici virtuali, ed estranei reali.

Quello che intendo dire, ribadendo il concetto espresso sopra, è che interloquire con un monitor indubbiamente ci fa peccare di superficialità.

Prestando meno attenzione nell’interazione che sarebbe ben diversa da quella faccia a faccia con le persone.

Non alludo ai “leoni da tastiera”, quelli sono un’altra cosa, ma semplicemente a un atteggiamento di cui ancora non abbiamo preso coscienza.

Inoltre, è fuori ogni dubbio che del social si può fare un utilizzo costruttivo, a livello personale o aziendale, ma dobbiamo equilibrarne l’uso per non rischiare di perdere tempo prezioso, spegnendo così una parte della nostra vita.

L’importante è “esserci”

Stiamo confondendo “L’Essere”, con “l’apparire” ad ogni costo, trascurando l’integrità morale.

Siamo convinti, che più ci mostriamo sul web e maggiore è la nostra notorietà e la stima che gli altri possono avere di noi.

Molte volte lo facciamo rasentando il ridicolo e dissacrando luoghi e ambienti di cui bisognerebbe avere maggior riguardo.

Ma soprattutto stiamo facendo il vuoto, perché nulla è apparire senza la sostanza dell’essere.

È un problema che perdura da anni se Giacomo Leopardi diceva: “Diventiamo ridicoli solo quando vogliamo apparire ciò che non siamo”.

“Le cose cambiano”, è una grande verità.

Abbiamo l’obbligo di guidare le cose verso cambiamenti costruttivi, non demistificandole per apparenza personale.

Dissacrare un luogo, un ambiente, mancando di rispetto verso quel qualcosa/qualcuno non abbiamo fatto altro che disprezzarne l’altissimo valore etico o artistico, avviandolo verso un percorso di devastazione.

E noi non siamo nessuno per permetterci questo potere.

Tutto questo, per manifestarsi in quanti più post e più social network possibili.

Quando invece basterebbe una “stretta di mano” a chi ne ha bisogno per riempire di vita il proprio essere, senza la necessità, (che esigenza non è), di doverne diffondere voce.

Siamo sicuri di essere così “social”?

L’idea del social in teoria, (e sottolineo “in teoria”), dovrebbe essere “una speranza”.

La speranza di quel legame chiamato “socializzazione” senza differenze di razza, di sesso, di ceto.

La speranza di chi essendo solo, non si senta più tale.

Di chi avendo difficoltà, possa trovare uno sbocco, un respiro.

Di chi, avendone la possibilità, possa tendere una mano.

Davvero desideriamo lasciare questo insegnamento ai nostri figli?

È probabile che loro sappiano già farne un uso migliore del nostro, allora prestiamo attenzione a non deviarli.

Non dimentichiamo che qualsiasi strada ognuno di noi abbia imboccato nella propria vita, alla fine del percorso, lungo o breve che sia, colto o ignorante, ricco o povero, bello o brutto, troverà un unico traguardo.

E lì, non conteranno le “apparizioni” virtuali fatte, ma le poche cose vissute bene che hanno dato un senso alla nostra vita.

Continuiamo a vivere da umani, automi ci si diventa solo a volerlo.

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