Scrivo prendendo spunto dalla vita, dal mio percorso, dalle persone incontrate, dalle esperienze vissute.
E proprio grazie all’incontro con un giovane ventisettenne, decido di scrivere “cacciatori di luce, ostaggi dell’ombra”.
La traccia
Lasciare una traccia che riguardi racconti ed esperienze, in modo che le generazioni successive possano farne tesoro e rielaborarle a misura propria, è importante, l’avevo già scritto in questo articolo.
Ogni generazione ha la sua storia, la leva precedente alla nostra ha vissuto le guerre che noi (parlo della mia classe d’età) sconosciamo.
Noi invece, abbiamo vissuto i cambiamenti di un progresso che la nuova generazione disconosce.
Il ragazzo incontrato, prendendomi alla sprovvista mi chiese quali consigli avrei potuto dargli per la vita.
E a parte il bel sorriso e il piacere di vederlo a proprio agio nel dialogo, già iniziato tra noi, ricevere quella richiesta fece vibrare in me un emozione.
Chi ero io per dare consigli a quel giovane di cui non sapevo nulla?
La “fame del sapere” mostratami e la sua apertura nel raccontarsi e mettersi “nelle mie mani” in quel momento mi resero profondamente responsabile.
Pensare prima di parlare
Iniziai a pesare ogni parola prima di enunciarla.
Il ricordo di un’esperienza di qualche anno addietro, nata da un episodio simile e dal dialogo avuto con mio figlio, mi diede coraggio.
Certo le reazioni dei giovani non sono tutte uguali, ma il risultato ottenuto con mio figlio, mi rese più audace.
Condivido il racconto, perché magari qualche giovane più introverso e meno loquace, possa riconoscerlo utile per la propria esperienza.
Il ragazzo, seduto di fronte, mi guardava con un’alta percentuale di curiosità.
Mi chiedevo quali aspettative avesse.
Mi fece sentire come il vecchio dei saggi consigli.
Una sensazione che invece di dispiacermi, mi diede energia.
Il delicato avvio
Con superficialità, per capire meglio chi avessi di fronte, cominciai col fargli i complimenti per come si era posto e per il rispetto che mostrava per me e per le persone che si erano interfacciate con lui.
“Il Rispetto” fu proprio il primo tema affrontato, elemento fondamentale per l’integrazione sociale.
Successivamente, “la socializzazione”, fu il nostro oggetto di conversazione.
La differenza tra le relazioni interpersonali e le interazioni virtuali mi sta molto a cuore, quindi lo indussi a parlarne a lungo.
La prima, stava avvenendo tra noi in quel preciso istante, un faccia a faccia con annessa lettura di espressioni, sensazioni, ed emozioni condivise.
La seconda invece gli dissi che è solo un mezzo di comunicazione.
Come un telefono, con la differenza che la possibilità di utilizzare file multimediali durante l’interazione lo rende più completo.
E giusto per raccontargli un po’ di storia, gli raccontai del telefono, quello con un’unica funzione, lo so, sembrerebbe una battuta, ma non lo è.
Era attento, immerso nel nostro dialogo.
La sua affabilità era fuori dal normale, lo incoraggiai dicendogli che ammiravo questa sua apertura nei miei confronti.
Valorizzando questo suo calo di barriere gli suggerii di farlo con le persone a lui più care.
Mostrarsi a loro evitando di trattenere i sentimenti e soprattutto i dubbi.
Rivelarsi, la maggior parte delle volte alleggerisce l’essere.
Più o meno tre decenni fa, un anziano di quelli che parteciparono alla seconda guerra mondiale, mi disse: “Ciò che non è detto non esiste”.
Diventò uno dei miei ideali di vita.
“Il sentimento” non rivelato rimane al buio, quando invece dovrebbe prendere luce dal cuore.
Quella luce che per anni illuminerà il sorriso di chi l’ha ricevuto.
Il rimpianto di non averlo manifestato ( e forse non poterlo più fare) lascia un segno per la vita.
“Il dubbio” non chiarito, fermenta, si circonda di altri dubbi e cresce fino alla nostra implosione.
Il tema primario
Il tema più interessante a mio parere però, fu quello che a un genitore risulta più difficile da dare a un figlio: prendere la propria strada.
Credo che il primo pensiero che in questo preciso istante avete in mente è quello di aver lasciato liberi i propri figli nella scelta della loro via.
Non ho dubbi su questo e siamo d’accordo parlando di studio e lavoro.
Io faccio riferimento però al percorso svolto insieme a loro,.
Voltarsi indietro da osservatori e chiedersi (noi come loro) quanto il nostro modo di educare, gli studi suggeriti oppure scelti da loro forse per nostra persuasione, abbiano influito sulla loro persona, sul loro essere.
È un avvio verso la loro vera crescita personale.
Inevitabilmente lo sviluppo in famiglia, la convivenza, il dialogo, le condizioni abitudinarie in piccola o in grande percentuale, hanno orientato il giovane verso una strada ritenuta corretta perché abitudinaria.
Sarà quella che realmente desidera percorrere?
“Cosa vuoi fare da grande”, è una domanda che ci viene posta da piccoli.
Andrebbe posta da adulti, ma soprattutto dovremmo chiederci chi vogliamo essere, come vogliamo diventare.
Dove “essere” è il termine basilare.
Siamo cresciuti davvero come avremmo desiderato oppure l’abbiamo fatto sulla base di scelte “altrui”?
Le scuole, gli sport, gli hobby, i corsi extra scolastici o la scuola stessa, sono scelte realmente fatte da noi?
Il mio suggerimento, così come anni addietro lo diedi a mio figlio, fu quello di fare mente locale passo dopo passo e capire se la vita che stesse svolgendo oggi appartenesse davvero al suo essere.
Riflessione comune? Non lo so, ma ho la certezza che la consapevolezza del distacco da determinati contesti rendono l’essere indipendente definendone la propria personalità.
In conclusione
Imparare ad ascoltare il cuore non è semplice, perché a volte sentiamo cose diverse dalle nostre abitudini, e il cambiamento spaventa.
Siamo condizionati dagli affetti familiari, dalle circostanze, dalle abitudini, dai luoghi comuni e dalle scelte verso le quali ci hanno indirizzato, ma sono scelte di altri esseri, non nostre.
Distaccarsi dalle ideologie familiari non è un sopruso, stiamo solo dicendo che siamo cresciuti e che perfezioneremo la nostra personalità.
Solo caratterizzandoci godremo della nostra felicità.
E non dobbiamo dimenticare che solo arricchendoci di luce nostra riusciremmo a coinvolgere e illuminare chi ci circonda.
Ancor di più le persone a noi care, che sono le prime che donandoci la luce della vita hanno sempre sperato nel nostro splendore.
Concludo spesso. i miei articoli con una frase scelta da me che in qualche modo li rispecchia:
“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.”
Platone

