
La parola “amore” porta la mente umana, in gran percentuale, all’idea del rapporto fisico. Eppure, l’amore è vissuto da ogni individuo in maniera del tutto univoca.
La mia idea a riguardo è molto ampia: potrei paragonarlo a una tavolozza di colori che, mescolati tra loro, creano infinite gradazioni e sfumature.
Violenti o tenui, caldi o freddi, corposi o velati, i colori possono rappresentarlo in base all’intensità e alla tipologia.
L’arte di creare infinite combinazioni su una tavolozza cromatica è come l’arte di amare: quali colori vogliamo creare, quanto amore vogliamo dare alle persone, alle cose e a noi stessi?
La tavolozza delle emozioni: il coraggio di essere “patetici”
Ed è proprio da questa mia iperfantasia che proverò a raccontare il mio pensiero.
La base personale è fondamentale: “amare se stessi”.
Non è difficile, così come non è complicato manifestare l’amore, ma spesso lo evitiamo per non apparire patetici. Senza sapere che lo siamo comunque.
“Patetico“, nel suo significato originario, rappresentava un sentimento nobile, una forte partecipazione emotiva; la sua definizione era “passibile di emozioni”.
Con l’andare del tempo, però, lo slittamento semantico ne ha cambiato il senso, indicando qualcosa di debole, quasi a disprezzo di chi invece del pathos ne vive la bellezza.
Con il risultato che, a mio avviso, siamo patetici in entrambi i casi.
Io preferisco il significato originale, “passibile di emozioni”: altrimenti, quale sarebbe il senso della vita senza di esse?
Siamo i colori primari e neutri di quella tavolozza, e non ci occorre altro.
Da essi nascono tutti gli altri colori e le loro sfumature. Siamo quindi noi a decidere come gestire il sentimento e quali sfumature dargli.
Amare se stessi: il punto di partenza
Amare se stessi non vuol dire peccare di superbia o di egoismo, non significa sentirsi superiori o disprezzare gli altri: il primo passo per amarsi è rispettare se stessi.
E quando ne avremo capito il senso, quando avremo certezza di questo sentimento, sarà più facile per noi riversarlo all’esterno.
Siamo contenitori che, traboccando, inondano ciò che li circonda con la propria materia.
Per accumulare e incorporare questo sentimento occorre un po’ di concentrazione su se stessi.
Ad esempio, potremmo iniziare smorzando “i grigi”, ovvero tutto ciò che intorno a noi crea disturbo: oggetti, persone, programmi TV, luoghi, profumi e altro ancora.
Essere selettivi su chi e cosa potrebbe infastidirci, affievolendone la forza, aiuta la nostra determinazione.
Anche un oggetto al quale teniamo in particolar modo potrebbe recarci fastidio inconsapevolmente.
Il gioco dei colori: eliminare i grigi per fare spazio alla luce
“L’oggetto di famiglia”, al quale siamo affezionati, potrebbe rientrare nel caso dei “due opposti” (termine inventato da me per questo articolo).
Ci ricorda i nostri cari e conservarlo è una scelta comune: abbiamo posato il cuore su di esso.
Questo è il lato positivo: il ricordo.
Quello opposto, però, ci riporta indietro nel tempo alimentando in noi nostalgia o tristezza, facendoci rivivere il passato.
Ma il passato non tornerà più: è una falsa illusione.
Quella è una velatura di grigio che potrebbe essere eliminata.
In fondo, i ricordi più belli di chi non è più su questa terra li portiamo nel cuore e sono indelebili; l’oggetto, a volte, crea solo un ricordo di falso incanto.
Un profumo può ricordare periodi per noi bui, infastidirci con la sua fragranza, oppure entusiasmarci al ricordo di qualcosa.
Io, per esempio, quando sento il profumo di legna bruciata nel periodo autunnale, rivivo il periodo della vendemmia di quando ero ancora adolescente.
Vagliare ciò che è nella nostra quotidianità rende vividi i colori sulla tavolozza, sviluppando e affinando in noi il rispetto e l’amore per noi stessi, per le persone e per le cose.
In fondo è come un gioco: il gioco dei colori. Cosa è grigio, cosa è colore, cosa è luce e cosa è buio; quale tonalità assegniamo a chi e a cosa.
Le persone che hanno un’aura positiva o quelle empatiche, per me, appartengono ai toni caldi, con gradazioni e sfumature di colore individuali.
Un oggetto che mi riporta indietro nel tempo procurandomi un sorriso emana luce, e la sua colorazione diventa relativa.
È un gioco di concentrazione che focalizza la mia mente sulla mia persona tenendo fuori “le distrazioni” — dove per distrazioni intendo le condizioni imposte dalla società e dal progresso che rischiano di soffocare il valore umano.
Inoltre, vivo selezionando le reali o le false urgenze, ritrovandomi così un elenco di effettive priorità.
Oltre le futilità: la scelta di vivere con sentimento
Oggi come oggi, in questa società, “tutto è urgente”, anche le cose che rientrano in un normalissimo e quotidiano stile di vita.
A causa della futilità perdiamo porzioni di vita che invece andrebbero vissute appieno. “Futilità” è un termine da conoscere bene per evitarlo e riempire il nostro contenitore della concretezza che serve al pathos.
Immagino che troviate “patetico” quello che sto scrivendo.
In questa società, parlare di amore mentre siamo continuamente messi alla prova dalle difficoltà della vita può sembrare tale.
Ma ogni vicissitudine va raccolta e conservata nel nostro bagaglio culturale, facendone esperienza e plasmandola a nostro favore.
Il mio contenitore si riempie giorno dopo giorno.
Come tutti, vivo cose belle e meno belle; i sentimenti e le reazioni sono varie, ovvio: mi arrabbio e mi dispiaccio come tutti, incasso e rielaboro, affronto e risolvo.
Oggi il risultato è che vivo amando le cose che faccio, le persone (anche l’ultima incontrata senza conoscerla), le cose in generale.
Respiro tutta la bellezza che posso, dalle piccole alle più grandi cose, e condivido questa bellezza anche con i più scettici.
Ogni cosa, ogni persona ha la sua percentuale di questo sentimento che vive in me.
Qualche lettore starà pensando che non è possibile voler bene a tutti, che esistono i più ostili e che a questi non si può concedere amore.
Vero! Sono il primo a fare distinzioni, ma non mi adeguo: rispetto la mia personalità al punto tale che il mio comportamento non è guidato da ciò che gli altri meritano, ma da ciò che io offro.
Vivere i sentimenti, essere passibili di emozioni, vuol dire essere coraggiosi e avere la forza di vivere la vita in tutti i suoi aspetti.
È il mio punto di vista, opinabile certo, ma estremamente ferrato in me.
Credo fermamente che lasciarsi coinvolgere arricchisca il valore della vita, abitandola nella sua pienezza con un tocco di poesia.
Al tempo stesso, l’amore per la vita alleggerisce la sua durezza, perché anche nei casi più ardui potremo sempre dire di averli affrontati con sentimento, e sarà proprio quella sensibilità a infonderci serenità.
Una solitudine scelta per custodire la bellezza
In questa attitudine dobbiamo anche tener conto di alcuni possibili periodi di solitudine, ma facciamo in modo che sia scelta e non subita.
A proposito di questo, desidero concludere l’articolo con una frase di Carl Gustav Jung che dice:
«La solitudine non deriva dall’assenza di persone intorno a sé, ma dall’incapacità di comunicare le cose che sembrano importanti per sé, o dal mantenere certe opinioni che gli altri considerano inammissibili.»(da Ricordi, sogni, riflessioni)

